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In breve
  • L'Italia ha oggi il livello di benessere lavorativo più alto degli ultimi dieci anni, ma anche uno dei tassi di stress lavorativo più alti d'Europa: benessere dichiarato e stress reale convivono.
  • Le ferie da sole non garantiscono un rientro ricaricato: conta di più la qualità del distacco che la sua durata o il luogo in cui avviene.
  • I 5 modi proposti in questo articolo non richiedono un viaggio: un rituale di distacco reale, una pratica minima di mindfulness, contenuti di decompressione, un micro-percorso formativo scelto per sé, un rientro pianificato.
  • Sono pensati anche per chi, quest'estate, non può permettersi di partire.

C'è un dato che racconta meglio di altri il paradosso italiano dell'estate: il nostro Paese ha raggiunto il livello di benessere lavorativo più alto da un decennio a questa parte, e allo stesso tempo resta tra i Paesi europei con il tasso distress da lavoro più elevato, secondo solo a Grecia, Malta e Cipro. Stiamo bene e siamo stressati, nello stesso momento. È il motivo per cui "andare inferie" non è automaticamente sinonimo di "tornare ricaricati": il rientro dipende da come ci si distacca, non solo da dove e per quanto tempo.

Ed è anche per questo che consigli come "prenota un viaggio, disintossicati dallo smartphone, torna nuovo" spesso non funzionano: presuppongono un budget e un tempo che non tutti hanno. Ecco cinque modi più realistici — e più replicabili anche a settembre, non solo ad agosto.

1. Il distacco reale prima ancora del posto

Non è il luogo che genera il recupero, è l'assenza di notifiche di lavoro. Un weekend offline vissuto a casa propria, con la casella email e le chat aziendali davvero silenziate, produce più recupero energetico di una settimana al mare passata a controllare il telefono "giusto per un attimo". Se quest'estate non puoi permetterti di partire, questo è il punto da cui iniziare: il distacco si costruisce indipendentemente dal luogo.

2. Una pratica minima dimindfulness, non un corso

Non serve un ritiro di una settimana. Bastano 10 minuti al giorno di qualcosa che interrompa il flusso automatico dei pensieri da lavoro: respirazione guidata, journaling, una camminata senza telefono. La differenza rispetto alle vacanze è che una pratica minima si può ripetere anche a settembre, quando il distacco totale non è più possibile.

3. Contenuti di decompressione,scelti con cura

Podcast e libri possono essere un modo per restare in contatto con i propri temi di interesse senza il ritmo da performance del lavoro quotidiano. La chiave è scegliere contenuti che aprano prospettiva — narrazioni, storie, culture organizzative raccontate con un registro più lento — piuttosto che aggiornamenti compulsivi di settore, che finiscono per prolungare lo stress invece di interromperlo.

4. Un micro-percorso formativo scelto per curiosità, non per il CV

Un corso breve, scelto perché incuriosisce e non perché "serve per la carriera", riattiva la motivazione senza cadere nella logica della vacanza-come-produttività di cui si parla sempre più spesso: quella per cui anche il riposo deve dimostrare di essere stato ottimizzato, raccontato, valorizzato. Imparare qualcosa di nuovo per il solo gusto di farlo è, paradossalmente, uno dei modi più efficaci per restare motivati senza esaurirsi.

5. Un rientro pianificato, nonimmediatamente operativo

L'ultimo giorno di ferie non dovrebbe coincidere con il primo giorno di lavoro pieno. Un giorno cuscinetto, con l'agenda del rientro decisa in anticipo — cosa guardare per primo, cosa può aspettare — riduce l'ansia da inbox e permette di entrare nel ritmo lavorativo in modo graduale, invece che nel modo brusco che spesso vanifica il beneficio delle settimane precedenti.

Nessuno di questi cinque punti richiede un budget, una destinazione o settimane di assenza. Richiede solo l'onestà di ammettere che il vero indicatore di un'estate riuscita non è dove siamo stati, ma quanto siamo riusciti, anche solo per qualche giorno, a non essere reperibili con la testa oltre che con il corpo. Ed è un tema che vale la pena portare anche dentro le organizzazioni: un'azienda che si limita a concedere le ferie, senza mai interrogarsi su cosa succede a chi non può permettersele o su quanto davvero permette di scollegarsi a chi parte, sta trattando il riposo come un adempimento — non come una condizione per tornare, a settembre, con qualcosa da dare.

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08
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2026
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Blog
In breve
  • Il XXVRapporto annuale INPS, presentato il 9 luglio 2026 alla Camera dal presidente Gabriele Fava, fotografa un Paese che invecchia più velocemente di quanto riesca a rigenerarsi.
  • L'Assegno Unico aumenta leggermente le nascite, ma solo in alcune fasce di reddito e territori, e riduce la probabilità che chi diventa genitore resti al lavoro.
  • Gli strumenti che funzionano meglio non sono i trasferimenti monetari isolati, ma le infrastrutture: bonus asilo nido e lavoro da remoto, capace di ridurre fino all'87% la cosiddetta "child penalty".
  • La vera domanda non è quanti soldi mettere sul tavolo, ma che tipo di ecosistema — lavorativo, organizzativo, territoriale — un Paese che invecchia sa costruire.

C'è una frase che ricorre ogni anno, a luglio, quando l'INPS presenta il suo Rapporto annuale: "l'occupazione è ai massimi storici". Ed è vero. Ma è anche una frase che rischia di anestetizzare il problema più urgente che l'Italia ha davanti: un Paese che lavora di più, ma fa sempre meno figli, invecchia più in fretta di quanto rigeneri la propria forza lavoro, e continua a rispondere a questo squilibrio strutturale con misure che, prese singolarmente, non bastano.

Il 9 luglio 2026, alla Sala della Regina di Montecitorio, il presidente dell'INPS Gabriele Fava ha presentato il XXV Rapporto annuale dell'Istituto, alla presenza della Ministra del Lavoro Marina Calderone. Al netto dei titoli sull'occupazione record, il capitolo più interessante per chi si occupa di lavoro e organizzazioni è quello dedicato alla valutazione delle politiche familiari: per la prima volta l'INPS mette a confronto, sugli stessi archivi contributivi, cosa funziona davvero nel contrasto alla denatalità — e cosa, pur costando molto, produce effetti collaterali.

Che cos'è, in cifre, l'inverno demografico italiano

Non è una metafora giornalistica. È un problema di sostenibilità del sistema. La spesa pensionistica italiana supera i 371 miliardi di euro l'anno, sostenuta da una base contributiva che invecchia: l'età media di accesso alla pensione è salita a 64,7 anni, mentre la fecondità resta ai minimi storici. Una parte crescente di questa base contributiva, peraltro, è oggi straniera: i lavoratori extra-UEsono cresciuti di oltre il 35% tra il 2019 e il 2025, al punto che oggi un lavoratore dipendente su sette non è nato in Italia. Il presidente Fava lo ha definito un dato "da leggere con serietà, al di fuori di contrapposizioni ideologiche": non è una questione identitaria, è una questione di tenuta del sistema.

Il punto è semplice: se la popolazione lavorativa non si rigenera e non si sostituisce a sufficienza, prima o poi il sistema di welfare che oggi la sostiene smette di reggere. Ed è qui che entra in gioco la domanda posta dal Rapporto: le misure che l'Italia sta mettendo in campo per contrastare la denatalità stanno davvero costruendo le condizioni per reggere l'inverno demografico, o si limitano a tamponarlo?

L'Assegno Unico: una misura utile, ma isolata

L'Assegno Unico e Universale ha raggiunto nel 2025 una copertura vicina al 95% delle famiglie con figli, per un trasferimento complessivo di circa 20 miliardi di euro l'anno. I dati INPS mostrano che la misura produce un effetto reale sulla natalità: la probabilità di avere un secondo figlio cresce di 0,5 punti percentuali passando dal secondo al terzo quintile Isee. Ma l'effetto non è uniforme: si concentra nelle famiglie di fascia di reddito intermedia ed è trainato soprattutto dai territori del Nord, dove salari più alti e servizi per l'infanzia più diffusi rendono la misura effettivamente utilizzabile.

C'è però un secondo effetto, meno raccontato: lo stesso trasferimento monetario, se resta isolato, riduce di circa 1,15 punti percentuali la probabilità che il genitore che si è preso cura del figlio resti occupato, con un impatto più marcato nelle fasi iniziali di carriera. Tradotto in termini organizzativi: dare risorse economiche alle famiglie senza accompagnarle con servizi e flessibilità reale rischia di spingere fuori dal mercato del lavoro proprio le persone che quel mercato del lavoro dovrebbe trattenere.

Cosa funziona davvero: infrastrutture, non trasferimenti

Il Rapporto individua due strumenti che, a differenza dell'Assegno Unico preso da solo, funzionano perché intervengono sulle condizioni strutturali e non solo sul reddito.

Il primo è il Bonus asilo nido, il cui utilizzo è passato dal 4% dei potenziali beneficiari nel 2017 a oltre il 35% nel 2025. È una crescita che l'INPS stesso invita a leggere fino in fondo: le famiglie con Isee più basso continuano a farne meno uso, non per scelta ma perché vivono in territori dove l'offerta di servizi per l'infanzia è più debole e il ritorno economico del lavoro più incerto. Anche qui, la misura da sola non basta: serve l'infrastruttura territoriale — gli asili, i servizi — perché lo strumento economico produca l'effetto per cui è stato pensato.

Il secondo è il lavoro da remoto, che il Rapporto indica come lo strumento più efficace tra quelli analizzati: riduce fino all'87% la cosiddetta "child penalty"— il rallentamento di carriera e reddito che segue la nascita di un figlio — e può aumentare le retribuzioni fino a 1.300 euro nell'anno successivo alla nascita. È associato anche a una maggiore probabilità di avere un figlio in più.

Il vero nodo: costruire un ecosistema, non sommare bonus

La sintesi più efficace è dello stesso presidente Fava: la denatalità non si contrasta con una misura sola, ma richiede un ecosistema fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all'infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale e cultura della condivisione.

È una frase che, letta da chi si occupa di organizzazioni e non solo di politiche pubbliche, suona come un mandato preciso. Perché l'ecosistema di cui parla Fava non lo costruisce solo lo Stato con le sue misure: lo costruisce anche ogni azienda, ogni giorno, nelle scelte concrete su smart working, rientro dalla maternità o paternità, flessibilità oraria, cultura organizzativa. Un'azienda che comunica il "benessere dei suoi collaboratori" come valore, ma non struttura davvero condizioni di lavoro che permettano di restare occupati dopo un figlio, non sta rispondendo all'inverno demografico: lo sta solo raccontando.

Il tema, quindi, non riguarda soltanto chi fa le famiglie. Riguarda chi fa le organizzazioni — perché un Paese che invecchia ha bisogno di trattenere, non solo di attrarre, ogni persona che rappresenta forza lavoro. E questo si costruisce con l'infrastruttura reale, non con l'ennesimo bonus una tantum.

Nessuna delle misure analizzate dal Rapporto, presa da sola, risolve l'inverno demografico. Ma insieme disegnano un criterio semplice per distinguere chi lo sta affrontando davvero da chi si limita a dichiararlo: chi costruisce infrastruttura — servizi, flessibilità reale, condizioni di rientro — trattiene le persone; chi si affida al solo trasferimento economico, per quanto generoso, rischia di perderle. È un criterio che vale per lo Stato, ma vale altrettanto per ogni organizzazione che dovrà, nei prossimi anni, competere per una forza lavoro sempre più scarsa.

Fonte: XXVRapporto annuale INPS, presentato il 9 luglio 2026.

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2026
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News
Martedì 16 Giugno – Anche MAW al Job Day Abbiategrasso di Afol Metropolitana

Afol Metropolitana, in collaborazione con il Comune di Abbiategrasso, organizza il primo Job Day sul territorio. Un’importante occasione di incontro tra persone in cerca di occupazione, aziende e servizi del territorio. L’iniziativa è pensata per favorire un contatto diretto tra domanda e offerta di lavoro.  

Anche MAW sarà presente al Job Day di Abbiategrasso, ti aspettiamo al nostro desk!

  • Martedì 16 giugno, nella fascia oraria 9.30-13.00, presso l'ex Convento dell'Annunciata in Via Pontida, 22.

Registrati qui per partecipare: JOBDAY |  16 GIUGNO | ABBIATEGRASSO

Martedì 16 Giugno – Recruiting Day per Operai Metalmeccanici per l’azienda Thyssenkrupp (stabilimento di Visano) – Filiale MAW di Manerbio (BS)

Sei alla ricerca di lavoro?

MAW organizza un Recruiting Day – in programma Martedì 16 Giugno presso la propria sede di Manerbio - dedicato alle ricerche attive presso l'azienda cliente ThyssenkruppRothe Erde Italy S.p.A, uno dei principali produttori mondiali di cuscinetti volventi. 

L'azienda è alla ricerca di operai metalmeccanici, da inserire presso la propria sede di Visano (dal lunedì al venerdì con disponibilità di turni). 

È preferibile esperienza pregressa in contesti produttivi, ma si valutano anche figure junior da formare!

  • Martedì 16 giugno, nella fascia oraria 09:00-13:00, presso la Filiale MAW di Manerbio, Via San Martino del Carso 6 - 25025 Manerbio (BS) 

Come partecipare?

Giovedì 18 Giugno – Il valore delle persone: quando lavoro, imprese e territorio generano valore sociale – Castelfranco Veneto (TV)

MAW organizza una tavola rotonda con importanti realtà del territorio, dedicata al tema della valorizzazione del talento in azienda.

Ogni persona che incontriamo porta con sé una storia, un talento e un potenziale unici. Il nostro impegno quotidiano è dare opportunità lavorative a tutti, partendo dal presupposto che sono proprio le diversità e le specificità di ognuno a generare il vero valore economico e sociale per le imprese e per il territorio.

Al tavolo dei relatori:

  • Lavanderia Eureka, con Linda Torri –Responsabile Inclusione
  • ViaVai Group, con Sabrina Mariotto – Videpresidente e Resp. Inclusione
  • MAW, con Caterina Boschetti – DirettoreMarketing
  • Stefano Marcon, Consigliere Regionale
  • Mirco Casteller, Psicoterapeuta

Con la moderazione di Lorenza Raffaello – Giornalista Gruppo NEM

  • Sede di ViaVai – Via Castellana, 178 - 31023Resana (TV)

Come partecipare?

L'evento è dedicato alla collettività e a tutte le aziendeche vogliono guardare al futuro delle risorse umane con occhi nuovi.
Per partecipare e riservare il tuo posto, scrivi subito a: fil.castelfranco@maw.it

25 Giugno – Trasferimento filiale di Bologna (BO)

La filiale di Bologna si trasferisce! Dal 25 Giugno troverai i nostri recruiter ad accoglierti nella nuova sede di Via Alcide De Gasperi 42– Bologna (BO) (1° piano). I recapiti rimangono invariati!

 Vieni a trovarci per conoscere nuove opportunità lavorative

Giovedì 25 Giugno – Fiera del lavoro 2026 – CastelMaggiore (BO)

Anche MAW sarà presente alla Fiera del Lavoro 2026 di CastelMaggiore (BO), l'occasione ideale per esplorare nuove carriere e partecipare a colloqui diretti.

Durante la mattinata MAW terrà anche un breve intervento sul tema “Come le Agenzie per il Lavoro possono supportare i lavoratori nella scoperta e acquisizione di competenze”. Se anche tu vuoi scoprire come aggiornare le tue competenze in linea con l’evoluzione del mercato del lavoro, non esitare a partecipare!

·       Giovedì 25 Giugno, Biblioteca Comunale Natalia Ginzburg, Via Bondanello 39, Castel Maggiore (BO) – ore 09:30-15:00

 Come partecipare?

·       Registrati qui: FIERA DEL LAVORO 25 GIUGNO 2026

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06
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2026
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Blog

C'è un paradosso che attraversa il mercato del lavoro italiano del 2026 e che molti responsabili HR conoscono bene, anche se pochi lo dichiarano apertamente: i candidati giovani sono sempre meno, le aziende li cercano con sempre più urgenza, eppure il tasso di mismatch tra domanda e offerta in questa fascia d'età non smette di crescere.

Non è una crisi di quantità soltanto. È una crisi di comprensione reciproca. E finché le organizzazioni continueranno a cercare la Generazione Z con gli stessi strumenti — e le stesse aspettative — con cui assumevano i Millennials dieci anni fa, il problema non si risolverà da solo.

I numeri: cosa sta succedendo davvero

Prima di parlare di strategie, è necessario guardare i dati. Perché il fenomeno non è una percezione soggettiva degli HR manager: è un trend strutturale documentato.

  • La demografia è il punto dipartenza. Entro il prossimo decennio, i lavoratori italiani tra i 20 e i 34 anni potrebbero ridursi di circa 3 milioni. Non è una proiezione allarmistica: è la conseguenza aritmetica del calo demografico degli anni Novanta e Duemila, che si sta manifestando ora nel mercato del lavoro. Meno giovani in età lavorativa significa automaticamente più concorrenza tra le aziende per attrarli.
  • La scarsità è già presente. Secondo i dati dell'Osservatorio HR Zucchetti 2026 — costruito su un campione di oltre 1.500 aziende italiane — il 78% delle imprese fatica ad assumere nuovo personale. Il problema non riguarda solo i profili altamente specializzati: interessa anche figure operative, tecniche e amministrative junior, settori storicamente considerati "facili da coprire".
  • Il divario di aspettative è documentato. Come sottolineato da Paolo Iacci, Direttore scientifico dell'AIDP (Associazione Italiana Direttori del Personale), "mai come in questo momento si assiste a un forte divario tra le aspettative dei candidati e le disponibilità concrete delle imprese". Non è un giudizio di valore: è una constatazione che richiede risposta operativa.
  • I selezionatori hanno un problema di percezione. Una quota significativa di recruiter italiani tende a descrivere i candidati Gen Z come "meno interessati al lavoro". È una lettura parziale, e spesso non obiettiva. Quello che emerge dall'analisi dei comportamenti è che i giovani non sono meno motivati — sono motivati in modo diverso, da fattori che le aziende tradizionali faticano ancora a riconoscere come legittimi.

Chi è davvero la Generazione Z: oltre gli stereotipi

La Generazione Z comprende i nati tra il 1997 e il 2012. I più anziani hanno oggi 29 anni e sono già da qualche anno nel mercato del lavoro; i più giovani stanno terminando gli studi. È una generazione che ha vissuto la propria adolescenza e la propria prima esperienza professionale in un contesto segnato da: una pandemia globale, una crisi economica, l'accelerazione digitale, una crisi climatica percepita come urgente e personale.

Da questo contesto emergono caratteristiche che le aziende devono capire — non per adattarsi supinamente a ogni richiesta, ma per comunicare in modo efficace e costruire condizioni di lavoro che funzionino per entrambe le parti.

  • Cercano senso prima che sicurezza. La stabilità contrattuale è apprezzata, ma non è il driver principale di scelta. Un lavoro che non abbia una risposta convincente alla domanda "perché dovrei farlo?" viene abbandonato, o rifiutato in partenza, anche quando offre condizioni economiche competitive.
  • Hanno un radar finissimo per l'inautenticità. Cresciuti in un ambiente digitale saturo di contenuti costruiti a tavolino, riconoscono immediatamente la differenza tra un employer brand genuino e una campagna di comunicazione che nega la realtà. Glassdoor, LinkedIn, Reddit, TikTok: la reputazione aziendalesi costruisce — e si distrugge — in spazi che molte aziende italiane non presiedono ancora.
  • Non separano vita e lavoro nel modo tradizionale. Non si tratta di lavorare meno: si tratta di lavorare in modo integrato con il resto della propria esistenza. La flessibilità degli orari, la possibilità di lavorare da remoto anche solo in parte, la sostenibilità dei ritmi — non sono "benefit extra" per questa generazione. Sono condizioni di base.
  • Si fidano delle persone, non delle strutture. Un manager che comunica con trasparenza vale più di dieci campagne di employer branding. Un collega che racconta la propria esperienza su LinkedIn è più credibile di qualsiasi pagina Careers aziendale. Il word of mouth digitale è il canale di recruitment più potente per i giovani — e quasi nessuna azienda italiana lo presidia attivamente.

I cinque errori più comuni delle aziende italiane nel recruiting Gen Z

Osservando le pratiche di selezione di centinaia di aziende, emergono pattern ricorrenti che sabotano il processo prima ancora che inizi.

  • Annunci scritti per i Millennials (o peggio, per i Baby Boomers). Un annuncio che parla di "azienda storica e solida", "inserimento in organico strutturato" e "retribuzione commisurata all'esperienza" comunica involontariamente: gerarchia rigida, poca trasparenza, poco spazio per crescere. Non è detto che sia così — ma è così che viene percepito. Il linguaggio degli annunci è uno specchio della cultura: aggiornatelo.
  • Processi di selezione lenti e opachi. Un processo che dura sei settimane, con candidati tenuti nel silenzio tra un passaggio e l'altro, è un processo che perde i candidati migliori. I profili Gen Z più qualificati hanno quasi sempre più opzioni contemporaneamente aperte. La velocità di risposta e la trasparenza sulle fasi di selezione non sono cortesie: sono segnali di rispetto che pesano nella decisione finale.
  • Nessuna presenza digitale autentica. Non si tratta di aprire un profilo TikTok aziendale. Si tratta di avere persone reali — HR, manager, colleghi — che parlano della propria esperienza lavorativa con la propria voce, sui canali dove i giovani candidati passano il tempo. Un video di 60 secondi girato da uno stagista che racconta la propria giornata vale più di dieci post istituzionali dalla pagina corporate.
  • Colloqui che sembrano interrogatori. I candidati Gen Z si preparano ai colloqui, ma si aspettano anche di fare domande — e di ricevere risposte oneste. "Quali sono le criticità di questo ruolo?", "Come viene gestito il feedback in questa azienda?", "Qual è il tassodi turnover del team?" sono domande legittime. Un recruiter che le schiva o le tratta come provocazioni perde il candidato in quel momento.
  • Onboarding che non mantiene le promesse. L'employer brand che ha convinto il candidato a firmare deve corrispondere all'esperienza reale dei primi 90 giorni. Il disallineamento tra ciò che viene promesso in selezione e ciò che si trova in azienda è la principale causa di dimissioni precoci — e di recensioni negative sui portali di rating. Il recruiting non finisce con l'offerta accettata.

Strategie concrete per HR e recruiter: come colmare il gap

Nessuna strategia funziona in isolamento. Ma esistono interventi che producono risultati misurabili in tempi ragionevoli.

  • Revisione del linguaggio degli annunci. Iniziate da qui: rileggete tutti i vostri job posting con gli occhi di un ventitreenne che ha tre offerte sul tavolo. Inserite la fascia retributiva (dal 7 giugno 2026 è anche obbligatorio per la direttiva UE), descrivete il team e il contesto di lavoro, spiegate cosa si impara e dove si può crescere. Eliminate il corporate-speak e le formulazioni generiche.
  • Candidate experience misurata e migliorata. Definite un SLA interno di risposta alle candidature (48-72 ore è il benchmark da rispettare) e rispettatelo sistematicamente. Inviate aggiornamenti a ogni fase del processo, anche quando la risposta è negativa. Raccogliete feedback dai candidati che non selezionate: sono la fonte di insight più preziosa che abbiate.
  • Costruzione di una talent community giovane. I migliori candidati Gen Z non stanno sempre cercando attivamente lavoro: si fanno trovare quando l'occasione è giusta. Costruite relazioni prima che si apra la posizione: newsletter di settore, eventi con università e ITS, programmi di stage strutturati che abbiano una reale possibilità di trasformazione, presenza attiva nelle community professionali dove i giovani si formano.
  • Attivazione del recruiting interno. Secondo l'Osservatorio Zucchetti 2026, le candidature interne sono salite al 54% come metodo di ricerca del personale. Anche i giovani già in azienda — stagisti, apprendisti, lavoratori in somministrazione — sono una fonte di talenti spesso sottovalutata. Rendiamo visibili le opportunità interne di crescita e trasferimento, sistematicamente, non solo quando una posizione si apre.
  • Programmi di mentoring intergenerazionale. Un dato interessante dell'Osservatorio 2026 riguarda i lavoratori over 55: il 61% dei recruiter li considera attivamente per coprire posizioni vacanti, in crescita dell'8% rispetto all'anno precedente. Mettere in relazione le competenze dei senior con l'energia e la visione digitale dei junior non è solo un'operazione di welfare aziendale: è una leva di retention potente per entrambe le generazioni.

Il ruolo delle agenzie per il lavoro: un alleato strutturale, non di emergenza

In questo contesto, le agenzie per il lavoro non sono più solo uno strumento di risposta ai picchi di domanda. Sono partner strategici nella comprensione del mercato giovanile: sanno dove sono i candidati, quali sono le loro aspettative reali, come si muovono i concorrenti in termini di offerte.

Una realtà come MAW, con presenza capillare sul territorio nazionale e un ufficio talent con una rete di contatti attivi con università, ITS e centri di formazione, può supportare le aziende non solo nel trovare i candidati giusti — ma nel posizionarsi come datori di lavoro attrattivi agli occhi delle nuove generazioni, ben prima che si apra una posizione.

Il recruiting della Gen Z non si improvvisa: si pianifica, si presidia e si coltiva nel tempo.

Conclusione: il problema non è la Generazione Z

La vera sfida non è convincere i giovani che il lavoro vale la pena. È convincere le aziende che per attrarre i migliori giovani talenti serve un cambiamento reale — non solo comunicativo —nel modo in cui vengono accolti, gestiti e fatti crescere.

Chi lo capisce prima degli altri avrà accesso a una risorsa sempre più scarsa e sempre più preziosa. Chi continuerà a cercare la Gen Z con gli strumenti del 2015 continuerà a non trovarla — e a chiedersi perché.

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06
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2026
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